MONDO CANE

Stasera dopo cena ho approfittato di una tregua fra gli acquazzoni e sono uscito con i cani.
L’ultima luce; mi dirigo verso il bosco, alle spalle un cielo nero e tempestoso, di fronte il sole che tramonta non riesce a bucare le nuvole, ma la sua luce trapela.
Il risultato è un paesaggio bello e inquietante, con luci di rame che toccano l’erba ancora alta e le nuvole nere che minacciano pioggia.
Un misto di luci e ombre che riassume non solo questa giornata ma tutto questo ultimo periodo. La sera, nel silenzio del bosco con Kika e Cesare mi intendo con lo sguardo e con qualche brontolìo, abbozzo di parole che ormai io non dico più ma loro capiscono lo stesso: no, vieni, di qua…
Così facciamo il prato, poi il sentiero e poi si entra nel bosco, che adesso non riesce a filtrare la poca luce ed è nero. Loro fanno le loro cose, naso a terra, trotterellano; si fermano, si voltano per rassicurarsi che io ci sia, quando lo sguardo si incrocia riprendono a trotterellare.
Il silenzio è d’oro, i pensieri corrono.
Come è possibile che sembra mi capisca di più con loro che con altri cristiani?

maggio 2012

L’UOMO-TARTARUGA

Domenica pomeriggio di un paio di domeniche pomeriggio fa, con altri tre cacciatori della squadra scendiamo la collina, disarmati, dopo la nostra perlustrazione.
Si fa. Si va a vedere se i sassi sono ancora lì, quanto è cresciuta la vegetazione che nemmeno si vede più il sentiero, a questa pozza sono passati ma non è roba di adesso.
Insomma tutto come sempre, come deve essere, grazie al cielo.
Usciamo dal bosco e un grande prato ci separa dalle prime case, che sono poi le ultime per loro che abitano il paesino. Scendiamo il sentiero e quasi d’improvviso l’erba alta ci rivela una sagoma, seminascosta pur se in mezzo al prato.
I miei compagni, in quel grumo scuro appallottolato in terra riconoscono una persona nota.
Un saluto e ci si ferma.

Adesso mi si rivelano le fattezze di un uomo troppo piccolo per una camicia così grande, rigorosamente a scacchi, che dal colletto abbondantemente slacciato e dalle maniche più e più volte arrotolate, rivela una pelle più simile alla corteccia di un abete che alla pelle di un uomo. Fra le mille rughe su un corpo esile si riconoscono tendini troppo disegnati; ci sono anche gli spigoli delle ossa, manca solo la carne.
Al saluto l’uomo alza la testa e la tesa del berretto mostra il viso scuro, segnato da 100 anni almeno così appare, così scuro che pensavo solo i marinai potessero averlo, ma si sa, in montagna si è più vicini al sole.
Gli occhi incavati si rivolgono verso i miei compagni, io sono trasparente, e una voce esile ma roca pronuncia suoni a me incomprensibili. Non è così per gli altri che mostrano di recepire il messaggio e rispondono in modo affabile.
Quando loro parlano, in un bergamasco strettissimo della val Brembana dove ci troviamo, qualcosa capisco, ma quando parla l’uomo, no, non possono essere parole, e loro come fanno a capire? Non capire parole che non si conoscono, me lo giustifico, ma capire che quei versi sono parole, mi sembra impossibile.
Intanto mi rendo conto che non ho ancora capito come è fatto il piccolo uomo. Ho visto le braccia, la testa, il busto, ma mi mancano le gambe, eppure ha fatto qualche passo. Si muove un poco e capisco che è in ginocchio, coi talloni che toccano il sedere e le ginocchia che sfiorano il petto, accucciato nell’erba sembrava un mezzo uomo.
Attorno alle ginocchia ha elastici che trattengono alcuni stracci protetti da sacchetti di nylon. Improbabili ginocchiere per proteggere dall’umidità della terra, sennò poi quando l’età avanza finisce che la paghi…
La mano destra impugna un falcetto e la posizione è imposta da questo: il falcetto deve muoversi parallelo al terreno per compiere il suo lavoro, e il vecchio corpo di questo uomo, sicuramente non più elastico e sano come una volta, deve piegarsi per assoggettarsi alla bisogna.
Il braccio falcia lento, la testa fin troppo china verso il terreno; un pezzetto alla volta l’uomo ha falciato alcuni metri.
Di fronte a sè, un oceano di erba.
Giunge il momento del commiato e i miei compagni si raccomandano: “basta lavorare, oggi è domenica”.
L’uomo non guarda, resta chino sul pezzetto di prato incurante della distesa fino al bosco, e risponde: “Perché? La domenica non mangi?”
Questa frase, l’ho capita.

TESTA DURA: MONTE ZUCCONE

Domani è l’ultimo giorno di attesa, poi sabato si fa sul serio.
Ci si prova.

Dopo anni di attesa: chi dice e non fa, chi promette e non sa, chi fa e non lo dice… insomma, chi fa da se fa per tre. Anzi per 5, tanti siamo nella “nostra” zona.
Confezionata su misura, con legge “ad personam”, bosco dedicato e squadra speciale con progetto sperimentale. C’è voluta costanza, diplomazia, determinazione, tempo, ma ho la testa dura, e ho trovato persone collaborative.
Monte Zuccone: stasera ho fatto un altro sopralluogo in una zona che ormai, dopo due anni di sopralluoghi, penso di conoscere discretamente.
Eppure oggi era diversa. Arrivo all’acquedotto con Cesare che mi conduce: ormai la strada la sa bene anche lui, compreso l’ultimo pezzetto quando si usa il tratturo dei cinghiali “al contrario” per tagliare il tratto più ripido.
Controllo le impronte, verifico il treestand, guardo nell’insoglio, constato che non c’è più un chicco di grano per terra. Un buon movimento.

Mi fermo nel silenzio e scorro lo sguardo su questa radura. Da un paio di mesi è più grande perché, da quando l’appostamento era stato sistemato la prima volta, alcuni alberi sono caduti, in due momenti diversi, costringendoci a parecchio lavoro e molte imprecazioni in quanto la zona sembrava rovinata.
L’insoglio assediato da rami caduti, i tratturi scomparsi, la radura un mucchio di macerie dal peso di tonnellate.

Oggi invece, guardando il bosco, tutto mi sembrava al posto giusto.
Il rivolo d’acqua gorgogliava leggero ma non copriva gli altri rumori, nel caldo estivo la luce filtrava ben equilibrata tra le fronde e la radura, gli animali avevano pulito le zone di pastura e i tratturi erano stati ridisegnati.
Resto fermo e mi godo questo straordinario privilegio. Fra un paio di giorni sarò qui con l’arco, e sarà quel che sarà.

Oggi la brezza che viene giù dal colle della Maresana, rinfrescata dalle foreste della valle del Giongo, porta odore di buono e sollievo dalla calura.
Fra qualche mese sarà vento gelido che porta cristalli di ghiaccio, e noi saremo lì, ben coperti, a battere i piedi e i denti.
Mi sembra un posto bellissimo.
Gli animali ci sono, non tantissimi ma ci sono. Sui quadrupedi si può contare, faranno la loro parte; se qualcuno potrà rovinare tutto, quelli sono i bipedi: i più pericolosi.

Agosto 2012

ROBIN HOOD VAFFA…

Oggi è uscito sul Corriere della sera -BG un articolo sulla zona dedicata in esclusiva alla caccia con l’arco ad Alzano. La “mia” zona.
Già dal titolo ho tremato: “E adesso i cinghiali dovranno fare i conti con Robin Hood”. Leggendolo mi sono demoralizzato.
– Si esordisce dicendo che la caccia è uno sport (e già me li sento che ci urlano dietro ” ‘sti deficenti che uccidono con le frecce per divertimento…).
– Si continua informando che a caccia ci vanno i tiratori istintivi (!!!).
– Si conclude descrivendo l’azione di caccia: arcieri in appostamento, battitori che si muovono facendo molto rumore per mandare gli animali alle poste…

Com’è potuto accadere un simile disastro? Perché io sono stato informato della cosa solo la sera che l’articolo è stato portato in redazione?
E’ ancora più demoralizzante per il fatto che gli intervistati sono persone che mi conoscono bene, sanno quanto ho fatto per attivare questo progetto, ma nonostante questo hanno preferito farsi intervistare, pubblicare le loro foto e tutti si sono guardati bene dall’informare la giornalista di come stanno relamente le cose e a chi doveva rivolgersi per avere le informazioni corrette.
Per l’ennesima volta proponiamo l’immagine dalla quale con tanta fatica stiamo cercando di staccarci, evitando la visione romantica del “Robin dei boschi” per spendere invece quella dell’operatore tecnico e preparato che gestisce la fauna. Nell’articolo si legge “…nel suo negozio di Alzano custodisce archi e frecce in legno… entrarci è come fare un viaggio nel tempo”. Dal punto di vista della credibilità a caccia, l’ennesima mazzata sui gioielli.
Purtroppo non posso che confermare le ultime righe di un paio di post fa…

Luglio 2012

CARICA / SCARICA

Stasera passo qualche ora sull’albero. Se riesco ad uscire per tempo dall’ufficio, metto gli scarponi, una corsa nel bosco… e via in pianta! Giusto per vedere cosa succede; niente arco, né fucile, solo la macchina fotografica.
Già la macchina fotografica: devo verificare le batterie. Scariche, ovviamente! Cerco un altro set di ricaricabili nell’armadietto, e mi rendo conto che devo cercarle fra un’infinità di altre batterie. Ormai ne ho una collezione, di tutti i formati.
Quelle per la macchina fotografica sono le “stilo”. Ne ho una quantità perché le uso con vari apparecchi, sono le AA e vanno bene anche par la torcia da testa. Cavolo! Devo prendere anche la torcia! Ma la mia “solita” non va più, quindi ne ho appena comprata un’altra, ma quella ha le “mini stilo” (AAA). Ho quindi preso le ricaricabili anche per quel formato, ma ho dovuto prendere anche il caricatore, perché quello per le AA non va bene…
Sposto tutte le batterie “torcia”, ne ho diverse perché alcune trial camera le usano e le consumano parecchio, almeno fino a quando ho comprato un modello più recente… che usa le “mezze torcia”. Fortunatamente il carica betterie per le Torcia è adattabile anche per le Mezze Torcia… ma non per le CR123A che ho dovuto prendere per la pila da montare sull’arco… ovviamente solo per le uscite in Ungheria, o il contenimento faunistico in Italia!
Insomma, non trovo le stilo, eppure ne ho tante… ah! Già! Saranno ancora nelle ricetrasmittenti: vanno tute con le stilo, e ne ho 3!
Trovate! scariche…
Per la miseria! E meno male che ho scelto una caccia “tradizionale”. Penso di essere l’unico cacciatore che ha più batterie che cartucce!
Non so se andrò sull’albero… mi sta venendo mal di testa. Magari con una pastiglia… Azz! Devo ricordarmi di prendere la batteria a pastiglia per i pin del mirino!

QUALI CAPRIOLI?

Rientrando da una delle mie uscite nei boschi, incrocio una coppia di escursionisti; quei tipi “amanti della natura” con i calzoncini corti. i calzettoni arrotolati e i bastoncini da passeggio, che da quando qualcuno li ha messi sul mercato non si capisce come si siano potute fere le escursioni sino ad oggi senza i bastoncini.
Incrociandoci un saluto non lo nego a nessuno; per le due chiacchiere del tipo “bella giornata eh?” sono un po’ più restio, ma quella volta non l’ho potuto evitare. Curiosi come due comari non hanno resistito a chiedermi “cos’è quello?”. Avevo in mano la foto trappola. E allora vai a spiegare tutte la storiella, evitando la parola “caccia” per non prendermi un bastoncino nell’occhio e li informo che c’erano dentro un paio di belle foto dei caprioli.
Caprioli? Ci sono ancora i caprioli qui?
Come ancora!? Quelli estinti sono i dinosauri!
La notizia li lascia perplessi. Gli “amanti della natura” non hanno occhi per vedere la natura.

Del resto pochi giorni fa un episodio analogo; nel mio week-end nel delta del Po mi sono preso mezza giornata per fare alcune foto a quei luoghi per me inusuali. Quando ho raccontato che avevo una suggestiva immagine di fenicotteri, qualcuno ha obiettato “ma i fenicotteri non sono in Africa?”
Potenza di National Geographic.

Ecco allora che mi giunge ancora più stridente il contrasto della nostra realtà con quella di altri Paesi, riguardo il rapporto con la natura. Leggo che una contea dello stato della Virginia (231.454 cervi abbattuti nel 2011, dei quali 17.110 utilizzando l’arco…) ha adottato nelle scuole il protocollo ATA “Explore Bowhunting Curriculum”, ovvero un documento formativo dedicato ai ragazzi per riavvicinarli all’esperienza della vita all’aria aperta, responsabilizzandoli nel confronto con la natura, nell’ottica dell’utilizzo dell’arco quale strumento di caccia.
La cosa è avvenuta perché un’insegnante (donna!) ha avuto modo di conoscere il documento e l’ha trovato un eccellente stimolo per staccare i ragazzi dai computers.
L’insegnante l’ha sottoposto agli organi dirigenti della contea che l’hanno trovato perfetto nell’ambito dei programmi scolastici che intendono infondere nei giovani il rispetto e l’amore per la natura. Ripeto: il programma formativo parla di caccia…
Innanzitutto apprendo che nell’ambito del programma scolastico questi signori prevedono comunque una parte specifica che intende formare e responsabilizzare i giovani nei confronti dell’ambiente, e in secondo luogo che tutti hanno convenuto che un progetto mirato a finalità venatorie può infondere buone regole di rapporto col mondo naturale.
La Virginia è uno stato tipicamente rurale, diciamo che rapportato al nostro paese potrebbe essere paragonato alla Toscana, quindi culturalmente abituato a rapportarsi in modo concreto con la natura. Non certo paragonabile a quello degli ambientalisti da salotto di casa nostra, ambientalisti per indottrinamento o per convenienza personale.
Del resto una media (da 10 anni) di 230.000 cervi abbattuti all’anno dimostrano inequivocabilmente una grande capacità di gestione del patrimonio, pur se ovviamente in un contesto ben diverso dal nostro.
Penso quindi a titoli demenziali su giornali di casa nostra come “Inizia la mattanza dei caprioli” a proposto dei recenti sviluppi circa le normative della caccia in Piemonte, e allora davvero mi viene da pensare a cosa accadrebbe se qualcuno volesse fare vera cultura ambientalista nelle nostre scuole, parlando non solo dei “cattivi” che danneggiano l’ambiente (e sappiamo quanti ce ne sono, ma sappiamo anche che siamo noi stessi…) ma anche di chi la natura la vorrebbe vivere a pieno, conoscendone tutti gli aspetti in modo oggettivo.
Siamo un paese di ipocriti, opportunisti, egoisti. In tutti gli aspetti della vita sociale.
Non dobbiamo meravigliarci se altri ci faranno fuori dal futuro del mondo; ce lo meritiamo.