L’UOMO-TARTARUGA

L’UOMO-TARTARUGA

Domenica pomeriggio di un paio di domeniche pomeriggio fa, con altri tre cacciatori della squadra scendiamo la collina, disarmati, dopo la nostra perlustrazione.
Si fa. Si va a vedere se i sassi sono ancora lì, quanto è cresciuta la vegetazione che nemmeno si vede più il sentiero, a questa pozza sono passati ma non è roba di adesso.
Insomma tutto come sempre, come deve essere, grazie al cielo.
Usciamo dal bosco e un grande prato ci separa dalle prime case, che sono poi le ultime per loro che abitano il paesino. Scendiamo il sentiero e quasi d’improvviso l’erba alta ci rivela una sagoma, seminascosta pur se in mezzo al prato.
I miei compagni, in quel grumo scuro appallottolato in terra riconoscono una persona nota.
Un saluto e ci si ferma.

Adesso mi si rivelano le fattezze di un uomo troppo piccolo per una camicia così grande, rigorosamente a scacchi, che dal colletto abbondantemente slacciato e dalle maniche più e più volte arrotolate, rivela una pelle più simile alla corteccia di un abete che alla pelle di un uomo. Fra le mille rughe su un corpo esile si riconoscono tendini troppo disegnati; ci sono anche gli spigoli delle ossa, manca solo la carne.
Al saluto l’uomo alza la testa e la tesa del berretto mostra il viso scuro, segnato da 100 anni almeno così appare, così scuro che pensavo solo i marinai potessero averlo, ma si sa, in montagna si è più vicini al sole.
Gli occhi incavati si rivolgono verso i miei compagni, io sono trasparente, e una voce esile ma roca pronuncia suoni a me incomprensibili. Non è così per gli altri che mostrano di recepire il messaggio e rispondono in modo affabile.
Quando loro parlano, in un bergamasco strettissimo della val Brembana dove ci troviamo, qualcosa capisco, ma quando parla l’uomo, no, non possono essere parole, e loro come fanno a capire? Non capire parole che non si conoscono, me lo giustifico, ma capire che quei versi sono parole, mi sembra impossibile.
Intanto mi rendo conto che non ho ancora capito come è fatto il piccolo uomo. Ho visto le braccia, la testa, il busto, ma mi mancano le gambe, eppure ha fatto qualche passo. Si muove un poco e capisco che è in ginocchio, coi talloni che toccano il sedere e le ginocchia che sfiorano il petto, accucciato nell’erba sembrava un mezzo uomo.
Attorno alle ginocchia ha elastici che trattengono alcuni stracci protetti da sacchetti di nylon. Improbabili ginocchiere per proteggere dall’umidità della terra, sennò poi quando l’età avanza finisce che la paghi…
La mano destra impugna un falcetto e la posizione è imposta da questo: il falcetto deve muoversi parallelo al terreno per compiere il suo lavoro, e il vecchio corpo di questo uomo, sicuramente non più elastico e sano come una volta, deve piegarsi per assoggettarsi alla bisogna.
Il braccio falcia lento, la testa fin troppo china verso il terreno; un pezzetto alla volta l’uomo ha falciato alcuni metri.
Di fronte a sè, un oceano di erba.
Giunge il momento del commiato e i miei compagni si raccomandano: “basta lavorare, oggi è domenica”.
L’uomo non guarda, resta chino sul pezzetto di prato incurante della distesa fino al bosco, e risponde: “Perché? La domenica non mangi?”
Questa frase, l’ho capita.